Pantelleria, lì dove tira il vento e l’aria profuma di Zibibbo

Il vento spinge forte a Pantelleria. Del resto è Lei, Bent el Rion, la figlia del vento: così la chiamavano gli arabi che la dominarono. Ma è settembre. Il sole ha maturato i grappoli d’uva. E l’odore di uve Zibibbo (il nome deriva dall’arabo zabib che significa uvetta, uva appassita) si fonde alla fresca brezza del mare. Si appiccica alla pelle, la impregna di profumi. Mentre il vento agita le acque e le onde si fanno alte, la costa nera e frastagliata ricorda le origini vulcaniche di questa terra, mostrandone il lato misterioso e lunare. Il sole e l’azzurro intorno nel frattempo regalano agli occhi un paesaggio di rara bellezza.

Impervia, a tratti ostile, desertica, misteriosa. La passione per l’isola esplode subito. È solo l’arrivo: l’impressione del momento avvertita nel preciso istante in cui i piedi toccano quella terra. Ma ancora è l’inizio. Non ci si ferma alle prime emozioni.

L’isola è un vulcano di contrasti. Nera come la pece e bianca come la luce abbagliante dell’alba che si riflette sui tetti dei dammusi, sinuosi e sensuali come dolci meringhe;

il bianco si declina in bagliori dorati, lasciandoti un ricordo dolce nella memoria, identico a quello delle fragranze emanate  dalla terra scura, da cui emergono brillanti tappeti di basse viti.  Se fossi parte di quella terra, vorresti essere proprio una di quelle viti. Le osservi e le invidi. Se ne stanno accovacciate in quel grembo che le alimenta e le fa crescere. Si nutrono della salsedine che il vento attacca alle loro radici, ma pure di terra infuocata e scaldata dal sole. Stanno placide, circondate dal selvaggio silenzio intorno.

Nonostante il vento, ancora fa caldo. Le strade da percorrere sono sentieri sterrati, incorniciati dai muretti di pietra vulcanica che delimitano i filari di viti.

Si va verso la Cantina Pellegrino, azienda vinicola siciliana che gestisce lì oltre 400 ettari di vigneto coltivati dai vignaioli panteschi per offrire il meglio delle uve destinate alla produzione doc, il Moscato di Pantelleria Doc e il Passito di Pantelleria Doc.

In località Suvaki, si incontrano i primi vignaioli: una famiglia che ha ereditato la terra e che la cura con i figli.

La ragazzina avrà circa 16 anni, il maschio forse undici. Mentre li osservi e scambi qualche chiacchiera con il nonno e i genitori, le loro mani continuano a lavorare, le forbici tagliano i grappoli, le cassette bianche si riempiono, fino a quando il carico è pronto.

Le uve riposte nelle cassette bianche ordinate e impilate brillano al sole e profumano. Ne assaggio qualche acino offerto e ne gusto in pieno la dolcezza. La destinazione è la Cantina Pellegrino.

È lì che si va; il silenzio è smorzato solo dalle raffiche del vento e dal rombo delle onde che si infrangono sulle rocce.  È il momento di conoscere il luogo in cui arrivano le uve destinate alla produzione dei grandi passiti. Ad accoglierci c’è però una sorpresa, un primo assaggio della dolcezza isolana. Un nettare d’uva fresco e dissetante, con soli 6 gradi di alcol.

Si chiama Zukuà ed è la novità dell’azienda pensata per chi desidera godere del piacevole gusto delle uve zibibbo con leggerezza. Un calice perfetto, anzi un mosto di fiore (significato del termine in lingua basca da cui prende il nome) da sorseggiare anche al mare, in barca, sulle spiagge e perché no, anche sui tetti dei dammusi.

La cantina è circondata dal fascino desertico e selvaggio che contraddistingue l’intera isola. Qui il luogo si presta però alla degustazione di un vero Passito di Pantelleria, il Nes. Denso di sentori di miele, di fichi secchi, di papaya e ancora di note vegetali, di fieno fresco. Sai bene che lo riassaggerai mille volte ancora, magari a Scauri, mentre ti affacci dalla terrazza del ristorante lounge bar Altamarea, dove hai pranzato.

A tavola, i sapori panteschi cominciano da una buona caponata di pesce spada e proseguono con un primo a base di tagliatelle al nero di seppia con pomodorini e calamari ripieni.

Un impeccabile piatto unico accompagnato da Gibelè, il fresco e fruttato bianco Duca di Castelmonte, perfetto come pranzo dopo un giro in barca.

Si prosegue il giro completo dell’isola (83 kmq). Poi si passa dal centro, Pantelleria paese, dove si incontra il maestoso Barbacane, il castello, in cui a settembre si svolge Passitaly, la manifestazione sui vini liquorosi e passiti. Qualche sosta nei negozietti di souvenir, non molti, e si riparte. L’isola continua a mostrare il meglio di sé nei giardini panteschi circondati da muretti di pietra lavica a secco. Il paesaggio è incorniciato da ginestre, bouganville che adornano i muretti dei dammusi, piante di capperi, di viti e ulivi, coltivati bassi e ramificati in ampiezza per proteggerli dal vento.

 

Nelle contrade, i paesaggi riempiono la vista. Uno spettacolo tra tutti, il lago Specchio di Venere che nasce nel cratere di un antico vulcano. Sostare lì è anche una buona occasione per fare dei fanghi termali che purificano la pelle.

Si riparte per un giro in barca; la prospettiva cambia totalmente. Ora non sono più i giardini a dominare, ma le rocce nere e i faraglioni, il blu del mare che vi accompagnerà lasciandovi senza fiato per tutta la costa fino a quel famoso arco a forma d’elefante.

Pantelleria è tutto questo insieme. O la ami o la odi. Non ti culla, non ti placa. Selvaggia ti scuote, poi ti accarezza, ti nutre e ti scalda, ti lascia nella solitudine arida delle contrade e ti riprende con il profumo dorato delle uve e dei vini. E infine tra il bianco e il nero, lascia a te le sfumature della bellezza che può rivelarti.

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